Friday 29 June 2007

RACCONTI GIOVANILI


Ci ho preso gusto ormai. E visto che sembra ci sia qualcuno che li legge, allora ho deciso di "rispolverare" vecchi racconti ormai dimenticati, scritti in anni giovanili di fermento e di speranza, quando passavo le notti a pensare alla morte e ai cimiteri :-P. Divoravo storie di fantasmi di ogni genere, da quelle più autorevoli di Joseph Sheridan le Fanu, Edgar Allan Poe, Bram Stocker, Guy de Maupassant, a quelle più ridicole e stereotipate di qualche scribacchino inglese di poco conto che scriveva solo per i soldi. Erano tutte molto belle comunque. E comunque, tutti grandi autori del passato si sono cimentati almeno una volta in racconti di fantasmi. Faccio qualche nome:
- Igino Ugo Tarchetti (massimo esponente della Scapigliatura);
- Luigi Capuana (uno dei maetri del Verismo. Mai letto "Giacinta?);
- Arthur Conan Doyle
- Daniel Defoe (sembra che anche il razionalissimo e borghesissimo Defoe si sia dedicato a storie di fantasmi);
La lista può ancora continuare.
Ma sto tergiversando. Ecco il racconto.

ULTIMO PIANO

1.

Il vecchio ascensore era andato definitivamente in pensione. Ci avevano messo dieci anni, ma alla fine si erano decisi. Il nuovo montacarichi, largo, spazioso e luminoso, era pronto per l’uso. Uno strumento moderno, con aria condizionata e musica rilassante. Quanti soldi avevano speso! Ma quel palazzo era in centro, uno dei più belli della città. Un palazzo da ricchi. L’immagine era importantissima! Bella immagine, pensava sempre Katherine. Nessuno si rendeva conto del vizio e della dissolutezza di quella gente, che pretendeva di dare il buon esempio. Anche i suoi genitori vedevano in quella “gente” un esempio da seguire. E nel giro di poco tempo, da quando avevano vinto alla lotteria, si erano trasformati in perfetti elementi della “gentry” cittadina dublinese.

Katherine era diversa. Una diversità che le pesava. Ma non poteva evitare di essere com’era. Odiava tutto ciò che aveva a che fare con il denaro, con i vip, con il mondo bene. Le sue compagne di scuola la invidiavano, ma le snobbava. Preferiva rimanere sola, fino a quando non avrebbe trovato amici che l’avessero amata per quello che era. E non era facile amarla per quello che era: silenziosa, timida, e assai bruttina. Ma questo era il suo misero parere. Ma fino a quando non avesse imparato a liberarsi dei suoi problemi, ad uscire di casa, a sorridere al mondo…e quando avrebbe trovato amici!

Ritornando a casa dalla sua costosissima scuola, quel pomeriggio, trovò il vecchio ascensore fermo definitivamente. Le impalcature avevano chiuso la tromba, che si trovava nel mezzo, come in tutti i vecchi palazzi. Un grosso cartello indicava che l’ascensore era ormai fuori uso. Al suo posto il bellissimo montacarichi troneggiava alla sua sinistra, quasi volesse invitarla a salire e a godersi la sua bellezza. Katherine lo guardò. Le sue porte aperte sembravano enormi braccia. Sembravano dire “entra piccola. Scordati di quella trappola: guarda come sono grande e accogliente. Non vorrai più scendere”. Ma Katherine non si fece incantare da quell’incantatore di vipere ricche e assetate di denaro. Salì le scale, e per un attimo le parve che l’ascensore se la fosse presa a male. Ma, come la gente che lo usava, avrebbe dimenticato presto il “torto” subito.

2.

Per tutta la giornata non fece altro che pensare al vecchio ascensore. Era stupido, lo sapeva, ma quell’ascensore sembrava la “capisse”. Succedeva spesso che una persona sola si affezionasse a degli oggetti banali, finendo con l’umanizzarli. E pensare che quella vecchia gabbia metallica non aveva nulla di strano. Era arrugginito, obsoleto, rumoroso, puzzolente. Eppure a Katherine sembrava che a “lui” non importasse nulla di tutto ciò. Menefreghista nei confronti dell’immagine, aveva sempre fatto il suo dovere. Solo una volta aveva fatto i “capricci”. Si diceva avesse fatto precipitare nella tromba un ragazzo. Sicuramente un ragazzino brufoloso e viziato. Ma si era subito “pentito”. Lui era “buono”, come pensava Katherine. Aveva ripreso a lavorare benissimo.

Ma la gente non dimentica quando l’offeso è un ricco. E così avevano cominciato ad odiarlo. Solo lei non lo odiava. E quando lei saliva, lui sembrava essere “felice”. La luce interna sembrava diventare più luminosa. Katherine rise: quell’ascensore era proprio il suo unico “amico”. Li aveva imparato a non aver paura del vuoto, a non avere paura dell’ascensore. Perché i suoi genitori non le avevano insegnato niente. Erano occupati a farsi “ammirare” dalla gentaccia. E lei aveva imparato la vita da una macchina vecchia e arrugginita.

E poi quell’ascensore gli aveva fatto fare un’incontro “magico”. Il primo ragazzo che avesse mai amato. Jason. Doveva aver più o meno la sua età. Lo aveva conosciuto tre anni prima, appena arrivata nello stabile. Pioveva a dirotto e lei era tutta bagnata. Era salita di corsa sull’ascensore e si era resa conto di non essere da sola. Si stupì. L’ascensore era già ignorato da tutti. E quel ragazzo non lo aveva mai visto. Ma non si poteva scordare uno così. Alto, capelli rossi, lentiggini in viso, occhi verdi e profondi. Un sorriso spontaneo…Era stato un colpo di fulmine. Soprattutto perché non sembrava far parte di quella “gente”. Dei jeans come i suoi, strappati, non erano indumenti adatti ai “ricchi”.

Aveva cominciato a parlare con lui. In modo spontaneo, come non era mai successo. Le aveva dato il suo indirizzo. Incredibile, abitava li. All’ultimo piano. Non sapeva che l’ultimo piano fosse abitato.

Lei scese al suo piano. Lui rimase sull’ascensore. Aveva già deciso di andare a casa sua. Ma quando arrivò all’ultimo piano tutto taceva. La porta era chiusa e muta. Fu quel silenzio a dirle che li non abitava nessun Jason. E lei fu delusa come non mai. Eccone un altro che si vuole prendere gioco di me. Eh si, tanto sono stupida. E si chiuse sempre più in se stessa. Solo l’ascensore la “capiva”. Ma anche quello stava morendo.

3.

Quella notte Katherine non riusciva a dormire. Non stava ancora pensando all’ascensore! No, non era il suo “amico” di metallo il suo chiodo fisso. Non riusciva a dormire per un’altra ragione. Un motivo dai capelli rossi: Jason.

Non l’aveva mai dimenticato, anche se non era mai stato in cima ai suoi pensieri. Ma quella sera… Jason, Jason. C’era solo quel ragazzino stupido e burlone nella sua testa.

Si girò dall’altra parte. Si sentiva malissimo. Guardò l’orologio: le due. Il giorno dopo doveva alzarsi presto. Cerchiamo di dormire, disse. Chiuse gli occhi. Chissà, pensò alla fine, forse dovrei forzare una delle porte del vecchio ascensore e buttarmi giù. Chissà se qualcuno se ne accorgerebbe.

Fece un sogno strano. Le fece molto male. Se non si fosse svegliata subito, avrebbe superato il punto di non ritorno. L’ascensore era li, fermo all’ultimo piano. Ma un ragazzo scese di sotto. L’ascensore è al piano, perché non lo prendi? Ma il ragazzo continuò a scendere. Eccolo al piano inferiore. Sta forzando la porta. Ma che vuole fare? Ragazzo, sei matto? L’ascensore è sopra di te. Il ragazzo forza la porta. Si apre. La luce verde sulla destra indica che l’ascensore è al piano. È fasulla. L’ascensore non c’è. Ma che fai ragazzo? Si sporge troppo e cade di sotto. Lo ha fatto di proposito. Sette piani di caduta libera. Un tonfo sordo. Non credo il ragazzo si sia salvato. Ma non è colpa dell’ascensore se il ragazzo è caduto. È stato lui a buttarsi. Non prendetevela con l’ascensore. Lui non c’entra niente, lui…

Katherine si svegliò. Il cuore batteva forte. Che incubo! Scese dal letto e andò in cucina. Doveva bere. E fu li che sentì un cigolio familiare. L’ascensore! Il vecchio ascensore. Funzionava ancora.

Katherine non rimase li imbambolata. Si precipitò fuori dalla porta. Aveva ragione: l’ascensore funzionava. Ma come mai? Forse i ricconi, pentiti di averlo trattato male per tanti anni, avevano deciso di fargli fare un ultimo viaggio. Il suo ultimo viaggio. E lei non voleva certo perdere il posto.

Salì sull’ascensore. Questo andò su. Ma lei non aveva schiacciato alcun bottone. Forse si era sbagliata. Si fermò all’ultimo piano. Il pianerottolo era stranamente illuminato. Katherine aprì la porta e rimase di stucco. Ma quello…era quel furbone di Jason. Non sembrava cambiato, in tre anni. Sempre con i soliti pantaloni strappati. L’accolse con un sorriso.

- Eccoti di nuovo qui – disse Katherine – dopo tre anni-

- Dovevo venire, oggi è l’anniversario-

- L’anniversario? -

- Certo! Oggi sono esattamente vent’anni che lui si è buttato giù-

- Lui chi?-

- Il ragazzo – rispose Jason.

E le raccontò la storia, che Katherine conosceva appena. Un ragazzo era depresso, vent’anni prima. I suoi genitori non lo consideravano. Bastava andasse bene a scuola, il resto non contava. Un giorno era più depresso del solito. E prese l’insana decisione. Forzò la porta del settimo piano, ma l’ascensore era all’ottavo. L’ultimo piano, appunto. Chiuse gli occhi e si buttò di sotto. Ma nessuno credette al suicidio. Nessuno voleva credere che un “bravo ragazzo” come lui potesse suicidarsi. E per comodità diedero la colpa all’ascensore.

Katherine ricordò il suo brutto sogno. Ma no, solo una coincidenza. Il ragazzo la guardò. Il suo cuore saltò nel petto. – Non fare quell’errore – le disse. – Lo so che lo hai pensato. Ti prego, non lo fare. L’ascensore è solo un oggetto, questo è vero. Ma può farti fare incontri interessanti. Incontri che possono cambiare la vita. Lui non ebbe pazienza di aspettare. Ti prego Katherine, non fare cose simili. Non fare come me! –

Adesso si sentiva strana. Jason, ma che cosa…sembrava si stesse dissolvendo.

Le toccò una mano. Era gelida. Le diede un bacio. Le labbra erano fredde. Poi le girò la testa, le mancò il respiro.

Riaprì gli occhi che era giorno. L’ascensore non c’era. Era al primo piano. Bloccato. Come il giorno prima.

Si sentiva triste e sola. Le veniva da piangere. Non lo fece. Tornò in casa e si vestì. I suoi genitori non si erano nemmeno accorti della sua assenza. Katherine si sentì ancora più male.

Il montacarichi nuovo era davanti a lei. La invitava ancora. Non si era dato per vinto. E va bene, disse Katherine, ti voglio soddisfare. Forse anche lui avrebbe potuto essere suo “amico”. E si ricordò delle parole di Jason, il “suicida” di vent’anni prima. Avrebbe potuto fare degli importanti incontri…

L’ascensore si fermò al terzo piano. Fermata prenotata. Le porte si aprirono ed entrò un bel ragazzo biondo. Indossava la stessa sua divisa scolastica.

Il ragazzo la guardò curioso. - Frequenti la mia scuola? – domandò.

- Fin dal primo anno -

- Per me è il primo giorno. È una bella scuola?-

- Se sei snob, si-

- Allora non mi troverò bene: odio gli snob. Ma i miei sono appena diventati ricchi: una grossa eredità! E si gasano come matti!-

Katherine sorrise: non era la sola a pensarla così. Si sentì leggermente meglio. In ascensore si potevano fare incontri interessanti…

- Visto che dovremmo frequentare la stessa scuola, tanto vale presentarci! Io sono Katherine-

Il ragazzo le porse la mano e gliela strinse: - Molto piacere! Io sono Lucas!-

Febbraio 1998

See ya! :-S

4 comments:

L'ingeggnere said...

Oh Mamma! Si, lo so dovrei essere in giro a fare follie ma stasera sono proprio azzerato!
O mamma! :-O

Fatalità said...

Eh già, come al solito sempre commenti di un certo rilievo!
Infatti mi stavo domandando anche io come mai non eri fuori a fare follie!

Ombre said...

Ma che bel filone di Ghost Stories!!! @.@

Che dire di questo che non ho detto della precedente?
Che mi è piaciuta? No, l'ho scritto anche per l'altra.
Che l'ho trovata ben ideata e scritta? Ancora no, scritto anche prima.
Che mi sono piaciuti i personaggi trovandoli perfettamente delineati? E di nuovo no, come sopra.
Non posso dire nulla che non ho già detto per l'altra storia perché questa storia mi è piaciuta esattamente come la precedente.

Ottima la trama, semplice ma non banale, introspettiva al punto giusto da non apparire pesante o psicotica. Buoni i personaggi, che in poche frasi riescono ad essere caratterizzati in maniera chiara e definita. Ottimo il duplice messaggio della storia, sia quello evidente contro il suicidio come via di risoluzione dei problemi, sia quello meno appariscente (ma forse anche più importante) della necessità di superare i pregiudizi, per conoscere di prima persona i fatti e le ragioni dietro agli stessi, oltre la superficialità di cui altri magari vogliono essere testimoni perbenisti.

Ribadisco il mio personale apprezzamento per questa serie di Ghost Stories... non sfigurerebbero di certo un un'antologia! ;)

Shogun said...

Madonna, questo racconto mi ha fatto venire i brividi, soprattutto la parte di quando Katherine scopre che il suo sogno è accaduto veramente.
Mi è piaciuto molto anche il finale, che ci fa pensare ad un happy ending.
Ora mi leggo "Ritorno al futuro: Un racconto dal passato", ho letto dei commenti che mi hanno incuriosito molto.
See you soon ;D