Monday 2 July 2007

ANCORA UN PICCOLO SFORZO... :-P


Questa storia deve essere stata scritta in un momento di dissociazione psicologica o sotto effetto di allucinogeni (facevo uso di sostanze che distorcevano la percezione all'epoca, tipo l'assenzio)...perchè è veramente strana! Chi la capisce è bravo!
Ah, per la cronaca questa storia risale a 10 anni fa, addirittura prima della morte di Lady D. :-)

QUELLO STRANO CIMITERO ABBANDONATO

Springfield, 1962

“Rolly, vieni immediatamente qui!”. Molly gridò con tutta la voce che aveva in gola, ma il cagnolino sembrava non ascoltarla, disubbidendo come al solito.

Rolly era un piccolo collie, che la famiglia di Molly aveva acquistato di recente presso un piccolo allevamento fuori città. Un bel cane, sano, forte, buono con tutti. Aveva solo un piccolo difetto: era un gran disubbidiente. Se gli ordinavi una cosa, lui faceva puntualmente il contrario. Per ovviare a quel problema, il cucciolo era stato iscritto ad una scuola di addestramento, ma niente sembrava sortire un effetto positivo. Tanti soldi buttati al vento!

Quel pomeriggio Rolly era stato più disubbidiente del solito. Verso le cinque del pomeriggio era scappato al controllo di Molly e, inutilmente, la ragazzina era corsa per la città intera nel tentativo di ammansirlo.

Era molto tardi. Il sole era quasi del tutto tramontato e una ragazzina dell’età di Molly doveva essere a casa da un pezzo ormai. Ma come faceva a rincasare se non era ancora riuscita a mettere il guinzaglio al suo discolo cane? Inoltre, essendo così piccolo, non conosceva la città e poteva perdersi, o peggio, finire sotto un’auto.

“Avrei già potuto essere a casa se quel cagnaccio non mi fosse scappato”, disse, “ma se lo prendo…”

Neanche a farlo apposta, il cane uscì da un cespuglio, abbaiando in direzione della padrona. “Rolly, vieni subito qui!”. Niente da fare: il cane scappò ancora, lasciando la ragazza con un pugno di mosche.

Correndo dietro al cane, Molly non si rese conto di essere arrivata ad uno strano quartiere periferico. Le case, diroccate, sembravano disabitate. Ogni tanto faceva capolino dalle finestre rotte un gattino. Ma dove l’aveva trascinata Rolly? Non aveva mai visto quel posto. Tutte le baracche della città erano state demolite qualche mese prima e il sindaco si era impegnato a costruire delle case economiche per i meno abbienti. Possibile che avessero dimenticato quel quartiere?

Rolly si mise ad abbaiare nervosamente, come se stesse cercando di dirle qualche cosa. “Rolly, vieni qui!”. Il cane non obbedì. Si infilò sotto ad un cancello arrugginito, continuando ad abbaiare. “Quel cucciolo mi farà impazzire!”.

Il cancello sotto il quale era passato il suo cane era quello del vecchio cimitero di Springfield. Era in disuso da tanti decenni ormai e il reverendo aveva deciso di sconsacrarlo. Circolavano strane leggende riguardo a quel luogo. Si diceva che fosse infestato da strane presenze e che molte persone che vi erano entrate non erano più tornate a casa. Non che Molly credesse a quelle fandonie, sia ben chiaro! Ma non sarebbe entrata in quel posto per nulla al mondo!

Il cane era ancora li, dietro la cancellata. I suoi vispi occhietti erano puntati su di lei in segno di richiamo. Voleva che la padrona entrasse. Ma perché? Possibile fosse affascinato da quel posto così lugubre? “Ti prego Rolly, esci da li!” implorò Molly.

Guardò l’orologio: erano già le otto! Sicuramente sua mamma aveva già chiamato la polizia! Rialzò lo sguardo sul cancello, notando che il cane era sparito. Che fosse uscito? Lo cercò dappertutto, ma purtroppo le sue speranze furono vanificate. “Ho capito, devo entrare. Quel cane ha superato ogni limite! Giuro che quando lo prenderò lo metterò alla catena per almeno una settimana!”.

Facendo un profondo respiro, spinse il cancello, che si aprì cigolando. Entrò, camminando con passo lento e stando attenta a dove metteva i piedi. Decine d’anni di incurie e degrado avevano fatto cadere molte lapidi e lei rischiava di inciamparvi dentro. “Rolly, dove sei?” chiamò. “Dai, vieni fuori di qui. Questo posto è abbandonato, rischi di farti molto male!”

Con la paura che il suo cagnolino si fosse cacciato in qualche guaio, Molly avanzò in quel dedalo di tombe anonime e rovinate.

Rolly, finalmente lo aveva trovato! Era davanti a lei, fermo vicino ad una tomba conciata peggio delle altre. La fissava, senza muovere un muscolo. Quando lei si avvicinò, cominciò ad abbaiare nervosamente. “Rolly, ma che ti prende?”.

Un brivido freddo le attraversò la schiena. Ma che cos’era quella strana puzza che aleggiava attorno a lei? E come mai si sentiva così osservata? Molly, terrorizzata come non mai, avrebbe voluto scappare ma non ci riusciva. Quell’assurda paura l’aveva paralizzata.

Dei passi, lenti, trascinati. E quell’odore nauseabondo, sempre più pungente. Il cane continuava ad abbaiare, come se le volesse dire di scappare, di fare qualche cosa. Ma cosa poteva fare, in quelle condizioni?

“Ciao piccola Molly”, disse una voce profonda, stridula e inumana, “non temere passerottino: sei a casa ormai!”.

Molly urlò, cominciando a correre. Quella strana cosa cominciò a ridere, l’afferrò per i capelli e la trascinò sotto un cumulo di terra fredda che le penetrava nella bocca e nelle narici, facendola soffocare. Ad un tratto, tutto fu nero.

Springfield, 1997

Era una bella giornata di luglio, la prima dopo una settimana di piogge incessanti. Il momento ideale per fare la prima passeggiata insieme a Shou, il cucciolo di dalmata di Frances. “Vedrai, ti piacerà il parco”, disse la ragazza al suo cagnolino. Lui emise un guaito di felicità.

Arrivati al parco, Frances tolse in guinzaglio al cane, che cominciò a correre felice intorno alla padrona. Era divertente guardarlo zampettare, abbaiare agli altri cani, giocare con gli insetti. Lei si sdraiò sul prato, senza mai distogliere lo sguardo dall’animale. Il vento tiepido, il sole e la calma giocarono però un brutto scherzo. Frances si addormentò sul soffice manto verde, cullata dalla brezza e dal silenzio, rotto ogni tanto dai guaiti del suo cane.

Si svegliò di colpo. Come aveva potuto commettere una simile leggerezza? “Shou, dove sei?”. Si guardò intorno, ma del cane nessuna traccia. “Oh mio Dio, dov’è andato il cane?”.

Corse per il parco, domandò alla gente se per caso avessero visto un piccolo dalmata aggirarsi spaesato tra gli alberi. Nessuno seppe rispondere in modo esauriente. Un vecchio signore barbuto disse di aver visto un cane simile, ma la descrizione fattale non corrispondeva a quella di Shou.

Come poteva ritrovare il suo cane? In città ce ne erano tantissimi uguali a lui. E poi Springfield non era piccola ed era impensabile girarla tutta. Dove poteva essere finito Shou? Lui, così piccolo, inesperto del mondo. Non poteva essere tornato a casa da solo, non conosceva certo la strada. E se fosse finito sotto ad una macchina? Frances non ci voleva pensare.

Era tardi ormai, e del cane nessuna traccia. Ma come poteva tornare a casa a mani vuote? Quel cane era tutto per lei. Senza contare che era costato un occhio della testa ai suoi genitori!

Si sedette sui gradini di una vecchia chiesetta abbandonata, cominciando a piangere. “Shou, cucciolo, dove sei finito?”.

Un latrato di un cucciolo, proprio a pochi passi da lei. Frances alzò lo sguardo, nella speranza di rivedere il dolce tartufo umidiccio di Shou. Non era il suo cane, ma un piccolo collie. Forse si era perso anche lui. Frances si avvicinò, notando la medaglietta che portava al collo. Piccola, arrugginita ed illeggibile. Ma chi era quell’animale che osava far indossare una cosa simile al suo cane? Non sapeva che la medaglietta era indispensabile per il riconoscimento?

Senza una precisa ragione il cane corse via. Frances, senza sapere il perché, cominciò ad inseguirlo. Gli corse dietro, in un dedalo di stradine battute e rovinate, che non aveva mai visto. Il misterioso collie la condusse in uno strano quartiere abbandonato, popolato di villette ottocentesche ormai in rovina. “Ehi piccolo ma dove stai andando?”. Che domanda stupida: come poteva quel cane capirla?

Il collie si fermò finalmente. Davanti ad un vecchio cancello arrugginito. Frances alzò lo sguardo, notando una vecchia insegna coperta di ruggine: ‘vecchio cimitero di Springfield: 1700/1875’. “E questo da dove sbuca?” si domandò. “Non sapevo esistesse un vecchio cimitero in disuso qui in città”.

Nel frattempo il cucciolo era sparito. Perfetto, anche lui! E adesso che cosa poteva fare? Doveva entrare oppure…che domande assurde! Era ovvio che doveva entrare! Shou doveva essere li dentro, se lo sentiva.

Entrò, facendo attenzione alle lapidi cadute e alle ortiche che adornavano allegramente ogni angolo di quel posto. Mamma mia, com’era tetro! Non dovevano essere passate le sei, il sole era ancora alto in cielo, eppure il quel posto faceva già buio. Aveva i brividi, ma non per il freddo. Era l’atmosfera, l’aria che si respirava in quel posto. Non appena avesse trovato Shou, se ne sarebbe andata a gambe levate senza mai voltarsi indietro.

E adesso che stava succedendo? Non era certo normale vedere la nebbia alzarsi così, all’improvviso, in piena estate! Frances continuò a camminare in mezzo a quella foschia spessa e lattiginosa, senza sapere dove stesse andando.

Ancora sorprese? Che cos’era quel miasma insopportabile? Era tutto attorno a lei. All’improvviso il suo cuore cominciò a battere all’impazzata, il sudore le imperlò la fronte. Si paralizzò, li, in mezzo al nulla. C’era qualcuno dietro di lei, anche se i suoi sensi le dicevano che non era umano. Una mano gelida, verdognola e puzzolente le si posò sulla spalla. “Passerotto, finalmente sei arrivata”, disse una voce aspra, “sei a casa finalmente! Se tu sapessi per quanto tempo di ho aspettata”.

La mano la spinse a terra. Del terriccio le piombò in testa, sulla, bocca, nelle narici. Tossì, si divincolò, graffiò il terreno nella speranza di salvarsi. Cercò di gridare aiuto, ma ogni volta che apriva la bocca questa si riempiva di nuovo terriccio.

Non sapeva che cos’era quella “cosa”. Sapeva però che non l’avrebbe lasciata andare. È finita, penso.

Non era finita. Una mano l’afferrò, estraendola dalla terra che l’aveva già ricoperta per metà. Frances, ancora molto scossa, tossì violentemente espellendo il terriccio dalla bocca. Si pulì i vestiti ed i capelli, con mani tremanti.

“Grazie”, disse, “non so che cosa avrei fatto senza di te”.

Alzando lo sguardo, si trovò dinnanzi una figurina pallida, magra, vestita con una maglietta scolorita e una lunga gonna sfilacciata. Le sorrise, tendendole di nuovo la mano. “Forza usciamo da questo posto”.

“Non me lo faccio ripetere due volte”.

L’accompagnò fuori, orientandosi alla perfezione tra quella strana nebbia che non era ancora sparita. Una volta giunte al cancello, la ragazzina l’aprì, facendo uscire Frances. Fuori, la nebbia non c’era più.

“Ma guarda che strano!”

“Non è poi tanto strano”, le fece eco la ragazza misteriosa.

Un cagnolino abbaiò, correndole incontro e facendole le feste: era il piccolo Shou. “Piccolo birbante, ecco dov’eri”.

“A proposito”, riprese Frances, “grazie ancora per prima!”.

“Non mi ringraziare. Ti ho solo evitato una cosa orribile. A proposito: una volta lontana da qui, non tornare più indietro e non ti voltare. E la prossima volta, non lasciare il tuo cucciolo libero di scorrazzare in giro. È l’odore del cucciolo che l’ha svegliata”

Frances aggrottò le sopracciglia, confusa. “L’odore del cucciolo? E poi, come sai il mio nome? Ehi ma dove sei?”

Era sparita. Frances non ci capiva più niente. Prese il cucciolo tra le braccia e se ne andò, senza voltarsi.

Aveva ricominciato a piovere e Shou si era slogato una zampina correndo in giardino: ne avrebbe avuto per almeno due settimane!

Frances non aveva niente da fare, quindi ne approfittò per andare in biblioteca a sfogliare dei vecchi giornali. Era la sua passione perché, secondo il suo credo, si potevano trovare molte cose interessanti sui vecchi quotidiani.

Una volta arrivata in archivio, cominciò a sfogliare vecchi giornali ingialliti e impolverati. “Che schifo!” imprecò. Ma, per il giornalismo, questo ed altro. Perché Frances lo sapeva: da grande sarebbe diventata una giornalista. Adesso, doveva solo tastare il terreno.

Un vecchio quotidiano dell’agosto ’62 le cadde ai piedi, sollevando una nuvola di polvere. Frances lo raccolse, notando subito una cosa strana. Una foto di una ragazzina, in prima pagina, e un trafiletto in basso. Aveva già visto quel viso, ne era sicura. Ma certo, qualche giorno prima al cimitero! Non poteva essere lei. Quella ragazza indicata nel giornale, ammettendo fosse ancora viva, avrebbe avuto circa quarant’anni.

Guardò meglio la foto e lesse il nome. Il sangue le si gelò nelle vene. Era proprio lei, non potevano esserci dubbi: lo stesso sguardo, gli stessi lineamenti, la stessa pettinatura . Terrorizzata, lesse il trafiletto, che diceva pressappoco così: ‘Molly Brown, scomparsa il 3 luglio 1962. Indossava una maglietta bianca e una gonna azzurra. Chiunque abbia notizie, chiami il n° ……….’. Una maglietta bianca rovinata e una gonna azzurra sfilacciata. Come quella ragazza. Ormai non aveva più dubbi.

Ripose il quotidiano dove l’aveva trovato, con mani ancora tremanti. Molly Brown, scomparsa trentacinque anni prima e, come lesse in altri giornali più avanti, mai più ritrovata. Si sospettava di una banda di delinquenti che commerciava in ragazzine da avviare alla vita di strada, oppure ad una banda di pedofili. Ma Molly non era stata venduta come prostituta, né era stata rapida dai pedofili: le era successo qualcosa di peggiore, ben lungi dall’essere immaginato. E Frances, suo malgrado, sapeva che il fatto era avvenuto in un vecchio cimitero ai margini della città di Springfield, il 3 luglio di trentacinque anni prima.

Luglio 1997


See ya! :-)

1 comment:

Ombre said...

Forse la piu' inquietante fra le storie che ci hai presentato finora.
Questa credo che sia la frase che meglio descrive il racconto di qui sopra, nel quale in un misto fra onirico ed horror, offri una storia nera come la morte stessa, in cui nessuna speranza viene offerta ai lettori nonostante la salvezza di una delle protagoniste.
Il tratto piu' terrificante dell'intera storia e' senza dubbio derivante dal non aver mostrato il nemico. Cio' che quasi tutti i registi moderni hanno difatti dimenticato e' che la vera paura non nasce da cio' che si vede, ma da cio' che non si vede: vecchi film di grandi maestri di un tempo sanno mettere un'ansia tale non tanto per cio' che mostrano ma soprattutto per cio' che non mostrano, affidando alla fantasia dello spettatore di completare lui la scena, di essere lui a porre - in quelle ombre oscure - tutti i propri incubi peggiori. Tutt'altra paura rispetto a quella degli autori moderni, che al massimo sanno giocare molto sul senso dello splatter, finendo in realta' per produrre film disgustosi (o divertenti a seconda dei gusti) ma senza alcun vero senso di inquietudine dietro.
La medesima cosa appare oggi nel tuo racconto: giostrando con le descrizioni ambigue e parziali, mostri una creatura di cui al lettore non e' dato di sapere praticamente nulla, se non la sua letale minaccia e la sua oscura natura. Certo, nel finale si ha quasi un senso di incompiuto per questa medesima ragione... forse ci si attendeva di avere delle spiegazioni sulla natura della creatura, sulle sue motivazioni... se non anche magari la sconfitta della creatura stessa. Ma e' proprio questa assenza a rendere ancora piu' inquietante la storia, a renderla piu' terribile... quasi piu' vera. Perche' nella realta' il male esiste e non sempre si puo' spiegare: magari non esiste nella forma di quella creatura, ma esiste. Ed e' la consapevolezza di tale esistenza che rende il tuo racconto privo di speranza e di luce tremendamente vero.